ANTONIO (DRAGONE) DA MONTEREGALE

Notizie sull'artista al quale sono stati attribuiti i dipinti della cappella.

Praticamente nulla o ben poco si conosce di questo pittore.

Neanche sul cognome si ha la certezza, ma ci si basa solamente su supposizioni.

Molte ricerche sono state fatte da i più illustri studiosi di arte e di storia locale, e qui riportate vi sono le considerazioni ed il riassunto di quanto si è potuto trovare, grazie soprattutto alla ricerca del dott. Geronimo Raineri che ha saputo analizzare con pazienza certosina dati, testi e pitture traendo le seguenti considerazioni.


Riporto quindi di seguito parte dell'articolo del suddetto studioso ed appassionato di arte sugli studi riguardanti questo artista :

L'unica notizia bibliografica finora conosciuta sopra questo pittore è riportata nel testo del Ferraironi che riportiamo qui per intero:

«... Poiché quel terribile Seicento che sugli antichi monumenti è passato come la bufera infernal ché mai non resta ha imperversato anche sulla nostra umile chiesa di S. Bernardino.
E tutte le sue belle pitture sparirono un giorno sotto la maschera di calcina. Era il gusto malsano dei tempi.
I vescovi, per dare in qualche modo una prova della loro considerazione verso i santuari sottoposti alla loro giurisdizione, ordinavano di tanto in tanto (e forse anche in occasione di qualche epidemia) che fosse data una passata di scialbo agli edifici destinati al culto.
E basta consultare gli atti delle Sacre visite di molte diocesi per trovare quasi ad ogni pagina la frase troppo spesso fatale mandat dealbari... cioè ordina che (la chiesa) sia imbiancata.
Si racconta ancora, e il fatto è tramandato di generazione in generazione da vecchi preti del luogo, che quando fu ordinato dal vescovo di Albenga di ricoprire con bianco le suddette pitture, l'ordine doveva valere anche per quelle della chiesa detta della Montata, presso i Molini, ove quelle belle pitture, conservate ancora in buono stato, si direbbero pure del Canavesio se non lo impedissero e la data (1435) ed il nome (Antonius de Montis Regalis, cioè di Mondovì) che vi si leggono sotto.
Ma l'ordine del vescovo incontrò resistenza presso le persone più autorevoli del luogo dei Molini, e allora il Presule che trovavasi in Sacra Visita, ordinò che s'innalzassero subito i palchi per effettuare l'imbiancamento delle pareti della chiesa; e volle assistere in persona a quest'operazione.
Essendo egli poi dovuto ripartire improvvisamente per Albenga, quelli dei Molini avrebbero demolito subito l'impalcatura, e il lavoro incominciato non sarebbe stato più continuato.
Ed ecco perché, nella suddetta chiesa dei Molini, le pitture dell'abside non avrebbero subito la medesima sorte di quelle che sono ancora coperte da uno strato di calce bianca »
.

La fortunata circostanza del richiamo urgente del Vescovo ad Albenga ha permesso che l'opera del maestro Antonio da Mondovì giungesse sino a noi.
Dobbiamo anche riconoscere che il comportamento degli abitanti di Molini di Triora, data la mentalità dell'epoca, e la scarsa sensibilità per l'arte gotica (barbara), è ancor più meritevole e degno di lode.
Ed oggi dobbiamo pensare che il grande altare barocco in legno dorato, certamente settecentesco, che ancora nasconde alla vista la grande pittura, fosse stato innalzato dai cittadini per difendere la preziosa testimonianza da ulteriori pericoli di distruzione.
Ciò è confermato dal fatto che l'attenta ricerca dell'Alizeri, nel suo libro già citato nella nota (22) del 1870, non porta il nome di Antonio.
La vista della parete dietro l'altare era sfuggita anche a due altri attenti ricercatori: Edward e Margaret Berry (26) che nella loro pregevole guida, che nell'edizione inglese porta la data 1931, non ne parlano, ma annotano invece le figure degli Evangelisti e dei fondatori degli ordini religiosi nei medaglioni della volta ogivale del Presbiterio, che anche adesso non si può ritrarre completamente a causa di una grossa croce, piantata davanti all'altare.

La notizia importante che invece troviamo nella Guida dei Berry è la seguente:
«Sopra un altare laterale a sinistra si trova un dipinto in legno, rappresentante Sant'Anna, con la Vergine in grembo e il Bambino nelle braccia della madre...».
Oggi dobbiamo scrivere "si trovava" perché di tale dipinto non si ha più notizia.
Tale iconografia è importante perché la ritroveremo alla chiesa della Madonnetta a Diano Castello e nella cappella di S. Bernardo delle Forche a Mondovì.
Solo nel 1918, come risulta da una pubblicazione del 1927 «Molini di Triora e il suo Santuario» per opera dell'Abate Allaria, durante lo studio dei medaglioni della volta, si accorsero dell'esistenza dell'affresco sulla parete, perché l'altare dista dalla parete stessa circa 90 centimetri.
L'articolo sopra citato, dopo una entusiastica descrizione della pittura termina con queste parole:
«Si è anche potuto constatare che i muri dei due lati fino al suolo sono coperti di pitture sebbene imbiancate. Così pure le arcate della chiesa ed il frontone sopra l'abside dell'altare maggiore».

Poche notizie si hanno sulla chiesa della Madonna della Montata, che custodisce le pitture di maestro Antonio.
Oggi divenuta chiesa cimiteriale, si erge sulla collina che domina le case di Molini di Triora, e si raggiunge percorrendo un'erta strada pietrosa.
Nonostante i rimaneggiamenti in epoche successive, mostra chiaramente la sua origine medioevale.
Il grande ciclo di affreschi copriva tutte le pareti del presbiterio, l'arco trionfale, le navate e forse anche la volta, se questa non era a capriate come quella di S. Fiorenzo.
Le pareti laterali del presbiterio forse celano ancora sotto lo scialbo le pitture, ma le navate e la volta, modificate, difficilmente potranno restituirci il ciclo completo.

La presenza in fondo alla Valle Argentina, che tanta importanza ha nell'arte medioevale della Liguria di Ponente, di Antonio da Monteregale, conferisce alla figura di questo artista fascino e prestigio.
Le strade di comunicazione per i passi alpini legavano strettamente le due regioni: da Mondovì, per l'antica via del Sale, che per la Valle dell'Ellero saliva al Passo delle Saline, si raggiungeva Monesi e per i colli di Garlenda, Garezzo e Collardente si scendeva nelle valli liguri dei fiumi Argentina e Nervia; oppure attraverso l'alta Val Tanaro, da Garessio si scendeva ad Albenga o per il Colle del S. Bernardo, Erli, Zuccarello, o per Ormea, Col di Nava, Pornassio, Pieve di Teco, Ranzo.
Da Pieve di Teco per il colle del S. Bartolomeo si scendeva a Imperia o nella Valle Argentina per il Colle di S. Bernardo del Conio, Carpasio e Montaldo.

Raineri ha voluto ricordare brevemente questi itinerari perché proprio su queste strade e in queste località esistono ancora testimonianze dell'arte gotica del secolo xv delle nostre regioni.
Ritornando all'importanza della Valle Argentina nel secolo xv, basta ricordare i centri di Taggia con la sua Cattedrale e il Convento dei Domenicani; Badalucco con la chiesa di S. Maria della Teglia; la vecchia chiesa di S. Giorgio a Montaldo, dove secondo il Campini (18) sarebbe nato nel 1443 il pittore Ludovico Brea, che tanto lustro diede a quella che fu chiamata «Arte Ligure-Nizzarda», ma che Raineri includerebbe nella forma più ampia dell'«Arte delle Alpi Marittime»; Andagna e Triora dove nella Parrochiale si può ammirare l'opera del senese Taddeo di Bartolo e dove, molto dopo maestro Antonio, il Canavesio dipingerà la Cappella di S. Bernardino.

La prima constatazione che possiamo fare spontaneamente è quella che Antonio da Mondovì, per essere chiamato a dipingere il grande ciclo di affreschi della chiesa della Montata, per quanto giovane fosse, doveva già essere un affermato e valido artista nella sua terra.
Vale quindi per questo artista quanto poi si leggerà nella dissertazione del Lobera (27) a proposito del pittore Segurano Cigna, che sarà molto vicino alle maniere di maestro Antonio: «... redolet artem Segurani Cigna pictoris Vicensis ea tempestate (1454) nominis nequaquam obscuri...».

Non possedendo nessuna notizia, né bibliografica né storica su questo artista, che chiameremo per brevità maestro Antonio, Raineri ha cercato di ricostruire qualche brano della sua vita o meglio della sua opera, partendo dalla grande parete della chiesa della Montà.

Poiché data e firma la sua opera un giorno di novembre del 1435, la sua formazione deve essersi concretata nei primi decenni del 1400, e certamente in quella «Bottega monregalese», e della quale era forse uno dei primi e validi iniziatori.
In quell'epoca la potente Diocesi di Mondovì mostra una rigogliosa fioritura di arte, che va dalla miniatura, eseguita nelle Certose e nei Conventi (Casotto, Chiusa Pesio, Pogliola), all'incisione in legno che troviamo con funzione illustrativa nella fiorente arte della stampa.
Per l'esistenza di un centro artistico a Mondovì, oltre ai nomi già citati di Raimondo e Luigi d'Embruno, troviamo intorno alla metà del secolo xv una discreta rosa di nomi che abbiamo già riportato nell'elenco dei pittori: Giacomo e Angelo Vincenzo di Ceva, Frater Henricus, Segurano Cigna, Sirio di Sale Langhe, Giovanni de Aimo, e Giovanni Mazzucco.
Esaminando così l'opera di maestro Antonio, lo troviamo quindi quasi contemporaneo del Jaquerio, e perciò Raineri pensa che entrambi abbiano inizialmente attinto alle stesse fonti e le abbiano poi sviluppate in modo abbastanza simile in zone diverse, il primo al Nord e il secondo al Sud, adattandole agli ambienti e acquisendo maniere diverse, pur seguendo un unico filone di ispirazioni e di temi che abbiamo già dettagliatamente descritti.

L'IPOTESI SUL COGNOME "DRAGONE" e LA RICERCA DELLE ATTRIBUZIONI DEGLI AFFRESCHI

Nell'appassionante ricerca per dare un cognome a maestro Antonio, Raineri si è servito di un'analogia riscontrata nell'uso che molti artisti avevano di firmare le proprie opere in modo criptografico, e che anche il Vacchetta ricorda nel suo lavoro sul pittore fossanese Sebastiano Fuseri (29).
Un esempio interessante è quello segnalato in una pubblicazione di Raineri (2) : il pittore Antoninus Occellus de Ceva, nel 1532 firma con nome e cognome gli affreschi della cappella del Castello di Monesiglio, mentre nella cappella di S. Pietro a Mombarcaro firma sostituendo al cognome la figura di un uccello.

Esaminando la firma degli affreschi di maestro Antonio prima del nome, vediamo raffigurato un drago.

Tale disegno non trova altra spiegazione nel contesto della scritta, se non quello di celare il cognome dell'autore: Draco, come l'uccello a Mombarcaro faceva con Occellus.
Antonius Draco e in italiano Antonio Dragone, cognome che troviamo ancora oggi molto diffuso nel Monregalese, dove ancora esiste la località chiamata DRAGONI nel territorio di Frabosa Soprana, oltre la frazione di Lanza Serro.
Altro elemento importante di individuazione è la figura di un drago nella firma come a Campochiesa e nei vessilli dei persecutori di Cristo a S. Croce Mondovì , perché in ogni altro affresco dello stesso tema appare sempre lo scorpione.
Come ultimo particolare riguardante le firme Raineri desidera ricordare un particolare del cartiglio di S. Giovanni Battista nella cappella di S. Nicolò di Farigliano . Nel risvolto, quasi a forma di fregio, o di lettere intrecciate usate nel ricamo delle cifre, si leggono le lettere A D M (Antonius Draco Montisregalis).
Il tipo di pittura e la lettera r sono ulteriori prove di paternità dell'affresco.

Una delle ipotesi da Raineri avanzate nel lavoro già citato su Antonio da Monteregale, è quella del suo ritorno nella terra di origine.
Perciò Raineri ha cercato, servendosi dell'affresco di Molini di Triora come termine di confronto, di ricostruire il percorso del suo ritorno cercando le testimonianze della sua mano nei cicli pittorici che Raineri ha già elencato durante la presentazione dell'affresco.

Per concretizzare questa ricerca, Raineri ha determinato alcuni elementi caratteristici distintivi della sua pittura, che possono essere così schematizzati:


  •  1 )   Muso a forma di spatola, dei cavalli, o di altri animali
  •  2 )   Viso, anatomia e posizione del Cristo in Croce
  •  3 )   Gruppo della Vergine dolente e le Pie Donne: costumi
  •  4 )   Vasi degli aromi recati dalle pie Donne o dai Magi
  •  5 )   Capelli spartiti sulla fronte con diadema ( S. Giorgio - S. Maurizio )
  •  6 )   Armature dei soldati e uso dei broccati nei costumi dei cavalieri
  •  7 )   Forma e colori dei troni con borchie piramidali
  •  8 )   Fregi delle volte, disegno e colori dei rosoni
  •  9 )   Uso nelle scritte della lettera r a forma di 2 arabico e la S di Santo sempre in rosso
  • 10)   Linearismo, disegno delle figure e degli ambienti, stesura dei colori
  • 11)   Presenza di un drago o simboli nelle scritte
  • 12)   Iconografie particolari
  • 13)   Angeli con le ali a fiamma


A Diano Castello nella Chiesa della Madonnetta esiste una raffigurazione della Vergine, con il Bambino in braccio, seduta in grembo a S. Anna.
Iconografia uguale a quella citata dai Berry per la tavola della chiesa della Montata, e uguale a quella della Cappella di S. Bernardo delle Forche a Mondovì.
Nella chiesa cimiteriale di S. Giorgio a Campochiesa (Albenga) (30) nella parete dell'altare è raffigurato un grande Giudizio Universale.
In alto il Cristo Pantocratore con il corpo nudo sotto il manto aperto mostra le piaghe con le braccia aperte.
La stessa iconografia la troviamo in S. Croce a Mondovì.
Intorno alla mandorla le schiere dei beati e a sinistra fra i santi la Madonna simile a quella di S. Bernardo delle Forche.
Nel mezzo S. Michele che pesa le anime con la bilancia: a destra ha i buoni, a sinistra i reprobi.
A sinistra le anime escono dal purgatorio raffigurato come sepolcri aperti e a destra l'inferno con Dante, Virgilio, il conte Ugolino e l'arcivescovo Ruggeri.
Sotto la figura di S. Michele un altare con sopra un agnello, e sotto un sepolcro dal quale esce il re Salomone: Salomon, hodie salvus ero.
Sotto per disteso nel bordo bianco una scritta in caratteri semigotici simili a quelli della Montà:
        mccccxxxxvi die xiii decembris ego fr. Antonius Caresia prior Sancti Georgi feci
        fieri hoc opus.
La scritta termina con il drago.
Le figure dei peccatori e dei demoni, come le anime del purgatorio, sono simili a quelle di S. Fiorenzo di Bastia e a quelle della Madonna della Neve a S. Michele Mondovì.
Altro ciclo di affreschi che ripropone temi e maniere di maestro Antonio è quello della chiesa cimiteriale di S. Maurizio a Castelnuovo di Ceva (5).
Nel bordo bianco sopra la raffigurazione di S. Maurizio si legge la scritta:
        MCCCCLVIIII die x Octobris.
Il santo riccamente vestito, con i biondi capelli spartiti dal diadema, cavalca un cavallo disegnato magistralmente.
In questo affresco risulta evidente l'uso del fregio a forma di ciottolo come riempitivo del manto del cavallo e del pavimento.
Molti sono gli elementi di somiglianza: i musi dei cavalli e dell'asino del Presepio ; i capelli e il diadema piumato a Bardineto e a Cigliè ; il rosone della volta e le figure dei Magi.
Gli affreschi della Cappella di S. Nicolò a Bardineto potrebbero essere datati 1450/52.
Nella parete dell'altare è raffigurato un polittico già descritto nella forma a guglie.
Nell'edicola centrale seduto in trono c'è S. Nicolò in abiti episcopali. Nel timpano della cuspide una piccola Crocifissione a tre personaggi.
I santi sono: a sinistra S. Bernardo di Aosta, S. Giovanni Battista, a destra S. Antonio Abate e S. Lorenzo.
Sull'arco trionfale, col bordo a riquadri bianchi e neri è rappresentata l'Annunciazione e nel centro troviamo come a Bastia Mondovì il muro rosso merlato ornato di fiori.
Nell'iconografia di S. Giorgio anche il muso del cavallo e la bardatura è simile, e la principessa ricorda quella di Cigliè e la S. Caterina d'Alessandria quella di S. Bernardo delle Forche e quella del sottarco di Bastia Mondovì.
Tra le raffigurazioni dei Santi troviamo poi quella della Maddalena penitente coperta solo dai lunghi capelli biondi; tema prettamente provenzale come la stessa devozione a questa Santa.
Iconografia simile si trova alla cappella di S. Erige ad Auron.
Nel 1461 potrebbe aver dipinto con Segurano Cigna a Cerisola nella chiesa di S. Maria Maddalena, dove il rosone presenta gli stessi colori e disegno (6) e le figure delle Marie al sepolcro ripetono le maniere già viste.
Dal 1465 al 1475 potrebbe aver lavorato in Mondovì e dintorni: Parete dell'Altare e Arco trionfale in S. Fiorenzo di Bastia Mondovì; nella cappella di S. Nicolò a Farigliano e in quella di S. Giorgio a Cigliè, nella Trinità di Chiusa Pesio (7) ed infine nella cappella di S. Croce a Mondovì Piazza e in quella di S. Bernardo delle Forche a Mondovì Ferrone.

Riassumendo in ordine cronologico le tappe del ritorno di maestro Antonio secondo Raineri potrebbero essere state:


Facendo il confronto con l'attività di altri pittori dell'epoca il periodo di quaranta anni, si mostra possibile, supponendo la sua andata a Molini di Triora all'età di 25/30 anni.

Come giustamente riferisce Geronimo Raineri, tutte queste attribuzioni, pur essendo state condotte sopra un numero notevole di rigorosi confronti e analogie, non sono suffragate da più valide documentazioni, ma devono essere considerate come una ricerca soggettiva, ma sincera nell'entusiasmo di offrire un più vasto orizzonte all'arte delle Alpi Marittime.


(*)   rif. BIBLIOGRAFIA