Cappella di Santa Croce

Cappella di Santa Croce   ,   Via Santa Croce 36   ,   12084   Mondovì Piazza   (CN)   Italy

 

La piccola cappella sorge sulla strada di Vico, appena usciti dall'abitato di Mondovì Piazza.

Essa racchiude fra le sue pareti un tesoro inestimabile di pittura murale medioevale.

L'iconografia della parete dell'altare può essere considerata, non solo rarissima, ma unica nella pittura gotica europea.

Secondo lo studioso Grassi di S. Cristina (31) la cappella esisteva già nel 1297 sul Prato della Fiera detto dei Bressani, poichè presso di essa venne stipulata la Convenzione del Monteregale con Nano, marchese di Ceva.

Lo stesso autore scriveva a pag. 7 : "Le pitture che ancora si vedono nella Cappella di S. Croce fuori della Porta di Vico, ci lasciano conghietturare che essa apparteneva al Convento dei Domenicani, di cui si fa menzione in detto breve delli 5 gennaio 1394...".

La cappella era stata in seguito dedicata a S. Magno, ma tutto il Borgo che la circonda prende il nome di S. Croce.
La conferma di tale dedicazione è data dalle trionfali raffigurazioni della Croce che si trovano nei suoi affreschi.
Durante gli ultimi restauri, eseguiti per interessamento del Soprintendente alle Gallerie Prof. Franco Mazzini, ed eseguiti dallo Studio di restauro di Guido Nicola, venne scoperta la nicchia della parete destra, dove è raffigurata S. Elena, strettamente legata alla tradizione dell'Invenzione della S. Croce.
E' doveroso qui ricordare l'opera meritoria di tutti i borghigiani e dell'Arciprete della Cattedrale, l'allora Don Dompè, svolta al ripristino delle strutture murarie, del tetto e della pavimentazione, necessarie al risanamento della costruzione, che per troppo tempo era stata dimenticata.
La cappella attualmente si mostra divisa in due parti: il nucleo iniziale, fino al sottarco, e il resto aggiunto in epoca successiva, insieme al campanile a forma triangolare e al portico antistante.
Gli affreschi ricoprono una superficie di circa m2 55, sulle pareti, sulla volta e nel sottarco.
La data più probabile dell'esecuzione è intorno al 1470 e in ogni caso anteriore al 1482.
Una cosa importante che è apparsa durante l'opera di restauro, è il disegno e i colori del rosone, che liberato dalle tinte sovrapposte, ha mostrato il solito disegno a spicchi, di color rosso, verde e giallo.

VELE DELLA VOLTA

La volta è a crociera con i costoni sporgenti decorati con eleganti disegni a fiori. Nel centro il rosone a spicchi.
Nella vela sopra l'altare è rappresentato il Cristo Pantocratore in mandorla, con il corpo nudo avvolto in ricco manto, e nell'atto di mostrare le piaghe con un gesto di appello glorioso e di un accoglimento tenero e sorridente.
Ricordiamo l'iconografia di S. Giorgio a Campochiesa.
Nella vela di sinistra è rappresentata la Deposizione.
La scena si svolge in uno squarcio di paesaggio montagnoso che presenta nei suoi particolari delle ingenuità suggestive: un piccolo camoscio si arrampica in verticale lungo una roccia a strapiombo; un uccello gigantesco, bianco e nero, è appollaiato sulla punta di un pino.
Il castello, il torrente, i pastori e i greggi sotto gli alberi fronzuti e le bianche cime innevate sono i protagonisti di quel paesaggio animato, caratteristico del gotico internazionale.
Visione magica di un paesaggio sereno e incantato quasi contrapposizione di una felicità primitiva con il dolore che piange sul davanti della scena.
Il Cristo sorretto sotto le ascelle da braccia pietose viene abbandonato verso la Madre addolorata e le Pie Donne. Giovanni assiste muto alle spalle di un vecchio inginocchiato (Giuseppe di Arimatea).
Nella vela di destra è raffigurata l'andata al Calvario, che possiamo definire jaqueriana nella maniera e nel colore, e nordica nella ricerca del grottesco dei volti dei carnefici di Cristo.
Particolare interessante è la figura del drago alato che troviamo nei drappi appesi alle trombe dei due personaggi che aprono il mesto corteo.
Questi draghi sostituiscono la figura dello scorpione che è solita apparire in queste iconografie.
Della presenza di figure di drago si ricorda l'ipotesi di attribuzione a maestro Antonio secondo il Raineri.
Nella lunetta opposta all'altare , sotto una elegante edicola malata è raffigurato il Cristo alla colonna, sottoposto alla flagellazione da grotteschi carnefici.
Si ripete in questa iconografia l'uso di ingigantire la figura del martirizzato rispetto alla statura dei carnefici, per dimostrare l'impotenza di fronte alla santità.
Impotenza sottolineata dalla serenità dei volti dei martiri contrapposti alla ferocia dei volti degli aguzzini.
L'edicola è ornata di un fregio di pregevole fattura che troveremo anche sulla parete dell'altare e nel sottarco.
Il rosone, disegnato in modo preciso richiama il motivo celtico della « trischele» (tre gambe) che nella forma primitiva troviamo nello stemma della Trinacria.
Il concetto iniziale qui è elaborato in eleganti volute che parlano il linguaggio simbolico e misterioso dell'arte gotica medioevale.

PARETE DELL'ALTARE

La raffigurazione centrale raggruppa in una composizione simmetrica parecchi simboli e figure.
In linea generale essa rientra nell'iconografia definita come: Croce vivente o Croce brachiale".
Tale iconografia trae le sue origini in quelle ragioni economiche, politiche e religiose che causarono già nell'età romana un diffuso atteggiamento ostile nei riguardi delle comunità ebraiche.
Gli stati barbarici e l'Impero di Oriente mostrano apertamente questa ostilità spinta sino alla pena capitale.
Le ragioni di questa forma di intolleranza stanno sopratutto nella convinzione che quel popolo non possa partecipare affatto al grande sforzo di purificazione e di salvezza che è la massima preoccupazione della cristianità medioevale.
Gli ebrei che crocifissero Cristo non possono che essere i nemici nati dei cristiani.
Anche l'arte medioevale risente di tale spirito di repressione, e introduce nelle rappresentazioni della Vita e Passione del Cristo, il simbolo dello scorpione o del caprone.
Questo discorso era necessario per inquadrare l'iconografia della Croce brachiale di S. Croce, ín quella mentalità antisionista, tanto violenta ancora nel secolo xv e nel successivo.
Di questa forma di croce si possono avere differenti rappresentazioni, con parecchie varianti, anche nella composizione e nel numero delle figure.
L'affresco di S. Croce, confrontato con quelli citati dal Reau e a quello esistente in S. Petronio a Bologna presenta una spiccata singolarità: il numero dei soggetti e simboli raggruppati nella stessa scena, pur osservando alcuni criteri comuni di raffigurazione, è molto maggiore in S. Croce.
Uno degli elementi iconografici comuni è il prolungamento in forma di mano dei quattro bracci della croce.
Il braccio superiore munito di una grossa chiave apre la porta dorata di un grande castello turrito: il Paradiso o città celeste.
Dalle mura merlate si affaccia il Padre eterno, vecchio dalla bianca barba fluente, contornato da una folta schiera di angeli.
Una scritta, ormai illeggibile si diparte dal Padre verso il figlio.
A sinistra del castello, sopra un elegante scranno di legno intarsiato, è inginocchiata la Vergine dell'Annunciazione, a destra l'arcangelo Gabriele protende il cartiglio con la scritta: Ave gratia piena, dominus tecum.
La figura del Cristo crocifisso è realizzata con notevole maestria sia nel disegno anatomico che nei tratti del volto.
Il braccio destro della croce (sinistro per chi guarda) si prolunga in una mano che pone una corona sul capo di una figura di donna in abito religioso, rappresentante la Chiesa.
Essa regge col braccio destro un modellino di chiesa (di stile romanico che potrebbe riprodurre l'antica chiesa di S. Francesco) e con la sinistra regge il bianco vessillo rosso crociato.
Ai suoi piedi sono raffigurati i simboli degli Evangelisti: il bue, l'angelo, l'aquila e il leone.
Il cartiglio che si innalza sul capo della Chiesa reca la scritta:

            [s]anguine doctata est sponsa [et] vocata:
            [et] crucem ascendit qui michi [bra]ch[i]a pandit.

Alle spalle della Chiesa è raffigurata la Madonna che indica con l'indice della mano sinistra un piccolo Crocifisso posto alla sommità di un albero, al quale è avvinto un serpente; nella mano destra aperta mostra un pomo.
Il cartiglio sul suo capo reca la scritta:

            [R]esero nunc etera que clauserat vobis eva
            per filium meum salvabo quenlibet reum.

Il braccio sinistro della croce (destro per chi guarda) si prolunga in una mano che affonda, fin quasi all'elsa, una spada nel capo di una donna incoronata, che rappresenta la Sinagoga, come si legge ancora nella scritta bianca su fondo scuro.
Essa cavalca un capro acefalo e regge con la destra un vessillo rosso rigato di bianco, e con la sinistra impugna la testa del capro, munita di lunghe corna.
Interessante è la forma del muso a spatola che ricorda i cavalli di maestro Antonio alla Montata.
Nella striscia bianca sono segnati dei simboli strani simili a quelli che troveremo nelle monete dello scudo della parete destra.
Il cartiglio reca la scritta:

            [I]rcorum sanguis me decepit velut anguis
            [e]go sum cechata a regno dei separata.

Alle spalle della Sinagoga è raffigurata Eva nell'atto di cogliere con la mano destra il pomo che gli porge con la bocca un serpente avvolto al tronco di un albero; con la mano sinistra regge un teschio.
Il cartiglio sul suo capo reca la scritta:

            [Pe]r es [mun]danum destruxi genus humanum
            vos morieminy quia clausi ianua celi.

Il simbolo della Croce verdeggiante o Albero della vita, indicato dalla Vergine è l'antitesi dell'Albero del Bene e del Male che sta davanti ad Eva.
Il teschio che essa tiene in mano è simbolo della morte e del peccato originale.
Sia il piccolo Crocifisso che il pomo che mostra la Vergine sono il simbolo della salvazione e del riscatto dalla morte e dal peccato originale, simboleggiati dal pomo e dal teschio di Eva.
La rimozione dell'altare barocco durante il corso dei restauri, ha confermato l'ipotesi avanzata da Raineri nel 1966 del proseguimento del quarto braccio della croce infisso nel terreno, in forma di mano che munita di martello squassava la porta del limbo per liberare i giusti dell'Antico Testamento.

Restano tracce di una tunica bianca che potrebbe essere quella del Cristo risorto.
Questa pittura densa di simboli rappresenta un esempio notevole di arte didascalica, dove il racconto per immagini, sostenuto e spiegato dalle scritte, si richiama alle più antiche fonti della dottrina cristiana e a quello spirito medioevale di ostilità verso il popolo ebraico.
L'antitesi del bene e del male, della vita e della morte, naturale e spirituale, sono evidenziate e rese palesi dalle figure della Madonna e di Eva, degli Alberi della vita e del Bene e del Male, dalla Chiesa e dalla Sinagoga, che nelle rappresentazioni del Giudizio finale simboleggiano gli eletti e i reprobi, e nella Crocifissione hanno lo stesso ruolo antitetico del sole e della luna.
Tutte queste figure si dispongono in simmetrico dualismo intorno alla figura centrale del Cristo, crocifisso per la redenzione dell'uomo.
Eva con il suo peccato chiuse le porte del Paradiso, provocando la morte della carne e dell'anima; il sacrificio del Cristo, che si sostituisce al sacrificio del capro dell'antica religione, riscatta l'umanità dal peccato e le restituisce la speranza di salvazione, mediatrice la Madonna e la Chiesa sposa del Cristo.
Raineri riporta dal testo del Reau un elenco di iconografie simili:

-   Timpano della Cattedrale di Strasburgo (sec. XIII)
-   Miniatura del «Hortus Deliciarum» (sec. XII)
-   Alcune pitture anonime del Museo di Cluny, a Parigi, al Museo di Beaume, alla Pinacoteca di Ferrara (attribuita al Garofalo)
-   Timpano scolpito di S. Martin di Landshut (1432)
-   Affresco a Brunek nel Tirolo
-   Quadro di Hans Fries a Fribourg in Svizzera
-   Stampe su legno e affresco russo del sec. xvii nella chiesa di S. Giovanni Battista a Jaroslav
-   Resta poi quella di S. Petronio a Bologna della quale abbiamo già parlato.

Ai lati della scena centrale sono raffigurati due religiosi: quello di destra in atto di preghiera davanti alla Croce con un libro aperto appoggiato a un piccolo altare.
Nel libro si legge: Adoramus te ariste et benedicimus tibi quia per sanctam crucem [et mortem] tuam redemisti mundum: Inizio del testo della Via Crucis.
Sopra il suo capo privo di aureola un angelo regge il rosso cappello cardinalizio.
L'artista e i committenti (e in questo caso è avvalorata l'ipotesi dei Domenicani) hanno voluto offrire un devoto omaggio a S. Bonaventura, «Doctor seraphicus», che nel 1254 insieme a S. Tommaso, sostenne con i suoi scritti le ragioni dei Francescani (ricordati con la devozione della Via Crucis e con lo stesso S. Bonaventura, biografo ufficiale di S. Francesco con la sua «Legenda nova») e dei Domenicani contro le pretese del rettore Guglielmo di Sant'Amore, che chiedeva l'esclusione dei religiosi dall'insegnamento nello studio parigino.
Il cappello cardinalizio ricorda la sua elevazione alla porpora nel 1273 da parte del papa Gregorio X, beato.
L'aver rappresentato S. Bonaventura senza aureola giustifica la data supposta per gli affreschi, intorno al 1475, in quanto la santificazione avvenne nel 1482 da parte del papa Sísto IV.
Il religioso di sinistra è il papa S. Gregorio Magno, inginocchiato davanti all'altare nell'atto di celebrare la S. Messa.
Sul suo capo un angelo regge il triregno pontificale (fig. 84).
L'iconografia appartiene alle raffigurazioni della cosiddetta Messa di S. Gregorio o Visione di S. Gregorio .
Si racconta che durante la celebrazione della Messa, al Santo papa sia apparso il Cristo, uscente col busto dal sepolcro, con le braccia aperte per mostrare le piaghe.
Alle sue spalle appare la Croce con tutti i simboli della Passione.
Questa iconografia del Cristo è chiamata «Cristo di pietà».
La rappresentazione della Visione di S. Gregorio spiega quindi il grande affresco della parete di destra e la grande diffusione di tale iconografia che troviamo in tutta l'arte medioevale, e in modo particolare nelle pitture delle nostre regioni.
Il Cristo di pietà, che ritroviamo spesso in piccoli pannelli sulle pareti dell'altare o come alla Montata nelle cuspidi triangolari dei polittici, in S. Croce assume le dimensioni di una grande rappresentazione della Passione in forma simbolica.

PARETE DESTRA

Gli strumenti della Passione che servirono a tormentare e a martirizzare il Cristo, e che erano serviti come armi a sua Madre per difendersi contro l'attacco del Diavolo:

            Armis Passionis Christi se armavit Maria
            Quando contra Diaboli pugnam se preparavit,


sono qui composti in un grande trofeo araldico, che insieme con tutte le altre raffigurazioni formano un vero inno alla cristologia.
Nell'alto della lunetta campeggia il Cristo di Pietà, appoggiato alla Croce, esce con il busto dal sepolcro e mostra le piaghe.
Gli elementi costitutivi del trofeo nel secolo XIII erano sei: la corona di spine, la colonna e le verghe o flagelli, la croce, i chiodi, la spugria, la lancia.
A questi nel secolo xv si aggiunsero: i trenta denari, la lanterna di Malco e il suo orecchio attaccato al coltello di Pietro, il velo della Veronica, la tunica, i dadi, il martello, la scala, le tenaglie, il gallo del rinnegamento, una testa che sputa, la mano che schiaffeggiò Cristo, la brocca e il catino di Pilato.
Un antico inno latino così le enuncia in parte:

            Hic acetum, fel, arundo
            Sputa, clavi, lancea,
            Dic triumphum nobilem
            Qualiter Redemptor orbis
            Immolatus vicerit.


Disseminati nella grande composizione pittorica di S. Croce, sono presenti quasi tutti questi simboli e precisamente: la croce, dietro le spalle del Cristo di Pietà; la tunica rossa, a sinistra, sorretta da un angelo; nelle sue pieghe i Dadi con i quali fu giocata; a destra un altro angelo regge una tunica bianca del Cristo Risorto; a sinistra la Spugna infissa sulla pertica è retta da un agnello con il capo contornato dall'aureola del Cristo (crociata); nel bianco drappo svolazzante, annodato al collo, è raffigurato il Volto Santo della Veronica; a destra un leone, parimenti nimbato, regge il bianco vessillo rosso crociato.
Al centro un grande scudo è sormontato da una gorgiera sulla quale poggia il bianco drappo, che i cavalieri crociati erano soliti portare sull'elmo brunito per mitigare il terribile calore del sole della Terra Santa.
Sulla sommità del drappo è posata la Corona di Spine.
Nello scudo sono raffigurati tutto attorno i trenta denari e al centro la Colonna con la fune con la quale fu legato il Cristo.
Cominciando dalla parte sinistra, dall'alto in basso si vedono: la Brocca con il catino di Pilato; il Martello; le Tenaglie; la Lancia (come elemento divisorio); i Flagelli.
Nella parte destra: i Chiodi; una mano che compie un gesto dileggiante; la Scala per la Deposizione (come elemento divisorio); la Testa che sputa; la Mano che schiaffeggia; la Mano con il coltello di Pietro.
Sulla sommità della colonna c'è il gallo del rinnegamento. Tutto lo spazio del pavimento è riempito con il disegno a ciottolo.
Sotto lo scudo c'è un grande cartiglio recante la scritta:

            [Q] uicunque homo de suis Epecicatis [rite?] confessus et contritus intuetur hec arma Domini
            nostri Jesu Christi — habet tres andos indulgelncie [auctori]tate Beati Petri Apostoli primi
            pap [e] item ex parte alliorum — triginta summorum pontificum pro qu[alibet] dies c indulgencie.
            Item Innocencius quartus confirmavit omnia — surprascripta in concilio [addeus] dies cc:
            in summa sunt annos Exil et dies ccLxxii — [It]em pro memoria [Veron]ice [dedit B. Petrus]
            quilibet predictorum pontificum dies xxxx: in summa annos tres dies CXLII.


Il Prof. Gasca Queirazza (34) nella pubblicazione sui Disciplinati e Raccomandati di Dronero a pagina 56 dice:
            «Il Papa aveva la facoltà di concedere sempre 100 giorni di indulgenza a chi fosse confessato e comunicato; il Vescovo aveva facoltà di concederne 40».

Il complicato calcolo di indulgenze quindi risulta:
            40 X 31 = 1240, 1240: 366 = 3 anni + 142 giorni: per le Armi di Cristo
            30 X 100 = 3000 3000 + 200 = 3200 3200 : 366 = 8 anni + 272 giorni, quindi 8 + 3 = 11 anni.

A tale scritte erano attribuite capacità taumaturgiche simili a quelle del segno della Croce.
Iconografie simili nel sec. xv si ritrovano:

-   Nella volta della Chiesa Abbaziale di S. Mattia a Trèves.
-   Negli affreschi della cappella del Castello di Pimpéam a Grézille.
-   Nel Livre d'Heures di Jean de Montauban.
-   Nel Livre d'Heures Sforza (British Museum).
-   Nelle tappezzerie del Museo Episcopale d'Angers e della Chiesa di Nantilly.
    Nel secolo XVI invece :
-   Negli affreschi della volta della Cappella del Sepolcro nella Cattedrale di Albi.
-   Nella chiesa dei Santi di Solesmes.
-   In un'inquadratura del Museo di Castelvecchio di Verona.

Questa iconografia con quella sopra l'altare dimostrano la profonda preparazione culturale dei religiosi che hanno indirizzato e suggerito l'opera all'artista, che poi l'ha realizzata in modo egregio sia per la composizione che per il disegno e i colori.

PARETE SINISTRA

Nella lunetta è raffigurata la Risurrezione nella comune forma iconografica del gotico diffusa in tutta la regione.
Il Cristo in bianca tunica esce dal sepolcro appoggiando il piede sull'orlo dell'avello scoperchiato; con la mano destra benedice e con la sinistra regge il bianco vessillo rosso-crociato.
Intorno i soldati giacciono profondamente addormentati. Anche il sepolcro è ornato con il solito riempimento a forma di ciottolo.
Nella fascia che corre sotto le due pareti laterali sono rappresentati, entro medaglioni rotondi, gli apostoli ognuno recante un versetto del Credo scritto in bianco filatterio.
La lettera iniziale di ogni versetto è dipinta in rosso come era solito fare maestro Antonio.
Le edicole invece a cuspidi triangolari ricordano molto da vicino quelle della chiesa della Montata.
Anche in S. Croce, come a S. Fiorenzo di Bastia e in altri cicli, vediamo nel posto d'onore e sullo stesso piano di importanza i fondatori dei due grandi ordini religiosi del Medioevo: Domenicani e Francescani.
Altri due importanti rappresentanti dí questi ordini li ritroviamo nella nicchia della parete dí sinistra.
Le figure di questi santi sono apparse durante i lavori di restauro già citati, per l'ampliamento praticato alla nicchia stessa.
Nel centro si vede la Vergine col Bambino; a sinistra S. Pietro martire con il coltellaccio infisso per traverso nel capo; a destra S. Bernardino da Siena con il braccio alzato (di solito regge il monogramma di Cristo) e con la sinistra regge un libro aperto con la scritta: Pater manifestavi nomen tuum.
Sempre durante i restauri fu scoperta una seconda nicchia più piccola.
Sulla parete di fondo è dipinta S. Elena in abito principesco vicino a una grande Croce (vedi foto sopra).
Un'opera di tale valore, sia per l'importanza ed unicità del tema trattato, sia per la pregevole maestria dell'esecuzione, sulla scorta degli elementi di confronto già esaurientemente illustrati, è stata attribuita alla mano di maestro Antonio, come forse l'ultimo e più alto canto della sua operosa vita di validissimo artista.

SOTTARCO

Nel sottarco sono rappresentati: S. Stefano, S. Domenico, S. Francesco e S. Lorenzo.
Le iconografie sono quelle solite delle guide di pittura già illustrate.


(*)   rif. BIBLIOGRAFIA

MAPPA

Via Santa Croce 36
12084 Mondovì Piazza
(CN) Italy